Racconti
LA VILLA SUL LAGO
Il fatidico giorno è arrivato c'incontriamo a metà strada in un piccolo paese sulle rive del lago, le ultime famigliole di turisti in giro, il tempo è ancora mite per essere già autunno le fronde degli alberi cominciano a diventare dorate e le prime foglie ondeggiano verso terra.
L’appuntamento è in bar lungo la strada, ti aspetto come mio solito sono in anticipo.
Mi piace arrivare prima scelgo il posto in cui sedermi, leggermente di lato al punto in cui parcheggerai così che io ti possa vedere subito scendere dall'auto guardarti intorno e poi comparire da dietro la colonna.
Una presentazione di rito con stretta di mano un lungo sguardo il mio imbarazzo che si trasforma in azione e ti indico dove sono seduta.
Sul tavolino un caffè finito e un libro,viaggio sempre con un libro, cominciamo a chiacchierare sul viaggio sul luogo su tutto e su niente non abbiamo ancora accennato minimamente a chi siamo e a cosa siamo legati un mondo nostro.
Le gambe accavallate ogni tanto ti scivola lo sguardo è veloce ma acquisisce ogni particolare cerca di berlo e poi ritorni al viso il contatto degli occhi lo sai meglio di me quanto sia importante.
Il tempo scorre ma non importa lasciamo lì le macchine per fare una passeggiata non mi preoccupano i tacchi che mi faranno dannare lungo il ghiaino del sentiero che costeggia il lago, le chiome dei salici ondeggiano a pelo dell'acqua, piccoli gruppi di anatre e cigni solitari solcano l'acqua silenziosi.
Il cielo è terso e si vedono le montagne, sull’opposta riva del lago si affacciano le eleganti ville con gli ingressi privati per le barche.
Ci sediamo su una panchina a guardare il paesaggio mentre ti parlo e commento l'ingresso di una di queste mi guardi con un sorriso ti scusi e mentre ti allontani vedo che fai un numero al cellulare.
La sera comincia a calare, lo spettacolo del tramonto ha lasciato il posto alle prime ombre, l'aria diventa più fredda penso già al ritorno e alla fine di quella giornata.
Tutti questi pensieri nel tempo della tua telefonata e mentre torni verso di me capisco che hai in mente qualcosa, ancora quel sorriso e poi dolcemente mi prendi sotto braccio e mi accompagni verso un porticciolo.
Ad attenderci un piccolo motoscafo, una persona ci fa strada e mentre mi aiuti a salire ancora nessuna parola mi lascio guidare mi sento bene sono sicura e tranquilla, ad un tratto come se mi leggessi nel pensiero compare un maglione e me lo metti sulle spalle.
Arriviamo in fretta a quella villa, mi sento un po’ in imbarazzo per i commenti che fino a poco prima mi erano venuti fuori su chi ha i villoni lungo il lago, ma tu non sembri pensarci e sempre in silenzio mi aiuti a scendere e conduci lungo i gradini scivolosi dell'attracco.
Il luogo è incantevole.
Le linee pulite della facciata accerchiate da un folto boschetto e da un giardino ben curato a quel punto ti volti e mi chiedi se mi piace
Il mio sguardo incantato è una risposta più che esauriente, mi sembra di essere in un altro mondo non c'è nessuno che ci disturbi anche il barcaiolo è sparito mi spieghi che siamo soli e che in ogni momento posso chiederti di riportarmi indietro
Mi sento a mio agio e una volta all'interno della casa mi fai accomodare su un divano, la foggia barocca accentua il grado di solennità e il broccato rosso sembra fatto apposta per il mio arrivo. Versi da bere e una volta che mi sei vicino semplicemente come se fosse la cosa più naturale del mondo ti metti in ginocchio davanti a me con il vassoio in mano.
Rimango stupita, lo speravo ma non credevo che sarebbe stato tutto così naturale, è strano e te lo dico non sembri sentirmi appoggi il vassoio sul tavolino e rimani in silenzio lo sguardo basso.
Non capisco, non mi eri apparso così nelle nostre chiacchierate eppure sei lì, ti ripeto con tono più fermo che non è il caso di stare in ginocchio che possiamo parlare.
Sembri nel tuo mondo non mi piace così e come una molla che scatta ti prendo per i capelli e ti tiro su la testa "non ci provare" ti dico "non credere di poter condurre un cazzo, quattro moine e pensi di poter stare in ginocchio davanti a me?"
Il primo schiaffo ti arriva in pieno viso
Reagisci e ti alzi.
Mi alzo anch'io, la disparità fisica è evidente ma non m'importa stai fermo mentre comincio a girarti intorno "è così che sei abituato?... quando vuoi qualcosa la prendi facendo il dolce cagnolino?"
Ti ribelli e mi chiedi cosa voglio
Mi avvicino una finta calma sul volto sono dolce, sprigiono calore e un energia che scorre dalle dita a sfiorarti il viso.
Seguo il profilo, scendo sul collo accarezzo e stringo piano alla base deglutisci ma rimani fermo tranquillo.
Cominci a scioglierti allenti la tensione non sei più precostruito ti lasci andare e le labbra cercare la mia mano
Ti accarezzo di nuovo la guancia la punta delle dita sulle labbra le baci socchiudi gli occhi un sospiro, siamo partiti male ma ci stiamo riprendendo.
Abbassiamo le difese e ci annusiamo sempre più vicini le tue mani nei miei capelli sul collo, comincia la bocca a conoscere il sapore della pelle entrambi ad assaggiarsi in morsi ora dolci ora di forza.
Piccoli baci
Siamo sempre più vicini, mi piace il tuo odore il sapore della pelle è morbida e pulita.
Mi baci la spalla e segui con la lingua le linee del tatuaggio cominci a stringermi e la forza con cui ti avvicini sale e la sento.
Non voglio lasciarti condurre così facilmente.
Veloce le mani sotto la camicia tra le unghie i capezzoli non te l'aspettavi e cominci a contorcerti, allenti la presa dai miei fianchi una mano a tirarti i capelli il tuo viso vicino l'altra continua a stringere e ad affondare le unghie.
Una stretta e torsione del capezzolo ti porta alla mia altezza, ti guardo, sfioro con le parole le tue labbra il tono fermo non è importante cosa dico è come lo senti; è da come non ti lascerò gestire il tuo essere uomo che potrò cominciare a dominarti a farti avere quell'interesse che porta al donarsi a far crescere il senso di appartenenza.
Sarà nel darti quel dolore che per me allaga le cosce è così voglio che sia.
Ti trascino sempre più in basso il viso vicino alle scarpe ti obbligo a baciarne la punta e poi ti lascio cadere a terra una piccola spinta e sei di nuovo in ginocchio ma questa volta ti ci ho messo io.
Ora posso godere della vista del tuo corpo la schiena acquata in avanti il collo esposto con i palmi delle mani a terra guardi il pavimento.
Ti giro in torno ed è un macigno da sorreggere il mio sguardo che sai essere su di te a valutare se ne vale la pena se è giusto rischiare,giocare così al buio per la prima volta è difficile, una mossa sbagliata un ordine dato male e si può frantumare tutto facilmente.
Mi muovo cauta e altrettanto il mio passo.
Il tempo scorre, la punta delle scarpe sotto i tuoi occhi
"alzati"
Lo fai velocemente lo sguardo sempre a terra.
Ti stai comportando bene vuoi comportanti come si dovrebbe non sai nemmeno tu perché questa volta vuoi fare bella figura far vedere che le regole base ci sono
"spogliati"
Impieghi più del dovuto per recepire e mettere in atto l'ordine.
La voce più alta il tono più duro ti chiedo se non hai capito qualcosa scuoti la testa hai capito ma è così difficile,cominci lentamente con la camicia la butti di lato e prosegui con i pantaloni rimani solo con i boxer e ancora dritto davanti a me ti esponi braccia dietro la schiena.
Mi guardi in viso
Ti lascio guardarmi.
Mi avvicino e finalmente posso assaggiare ugni punto della tua schiena, seguire i muscoli valutare le gambe il sedere e già si insinua il pensiero di te legato ,il corpo sudato dallo sforzo di stare sospeso.
Anche il solo vederti così mi scalda il sangue mi riveli tra le labbra strette che c'è una stanza attrezzata.
Non poteva esserci sorpresa più bella.
Mi precedi attraverso una porta il percorso sembra breve, quando penso che siamo arrivati apri un'ennesima porta e da li una scala che conduce alle cantine.
Mentre scendo le scale mi sento entrare nelle vene una voglia, respiro quell'aria fredda e stantia e mi sento bene.
La stanza è una grande cantina con pareti di roccia, l'umidità è alta e dalla volta a croce cadono delle piccole goccioline di acqua, l'arredo è semplice un lungo tavolo di legno con già le cinghie di contenimento pronte una croce, diversi ganci ovunque, una poltrona e alla parete chiuse in una teca una rastrelliere di strumenti diversi
Mi s'illuminano gli occhi dalla gioia. mentre mi guardo intorno accendi le candele, il profumo della cera che si scioglie, quella luce calda che diffondono intorno a se rendono l’atmosfera perfetta, tu sei bellissimo accarezzato dalle ombre.
La pelle dorata, sfioro il petto gioco con i capezzoli leggera con la punta delle unghie piccoli ricami circolari, li lecco piano ci soffio sopra una lieve frescura e poi mordo contrai le spalle e resisti.
Mi allontano, mi segui con lo sguardo mentre vado verso la teca la apro piano prendo un frustino molto lungo ne saggio la forza sferzandolo in aria.
Torno da te e ti prendo per mano, senza opporti sei davanti alla croce.
Non ti chiedo niente, accetti il mio tacito volere, comincio a legarti prima i polsi, faccio scorrere il laccio di chiusura piano volutamente godendo di ogni istante che porta al bloccaggio del tuo corpo.
Immobile, mi guardi mentre prendo una sedia e la porto davanti a te mi siede accavallo le gambe e comincio a far scorrere la punta del frustino sul tuo corpo voglio che a scaldarti non siano i colpi, devi ardere dalla voglia di riceverli.
Ti accarezzo lentamente lungo i fianchi nell’interno coscia sull’addome.
Il primo colpo sulle cosce, t’irrigidisci, mi avvicino guardo il segno rosso che comincia ad affiorare mi appoggio con il corpo a te ti lecco il collo, pelle sudata endorfine che si sprigionano per la stanza.
Sono in piedi e impietosa continuo a colpire, sto cominciando a sciogliermi, poso il frustino e prendo una delle tante mollette che trovo tra i giochi.Ne scelgo un paio con la rondella per aumentare la pressione della chiusura.
Mi avvicino e te le mostro ti bacio le labbra e le applico ai capezzoli, comincio a far girare piano la rondella sento la pinza che si stringe sempre di più.
La prima smorfia di vero dolore sul tuo volto, mi sto eccitando, stringo nella mano la catenella che tiene unite le pinze e la tiro verso di me la strattono, ti mordi le labbra ma non emetti un suono.
Ho voglia di sentirti gemere eccitato e dolorante, prendo una corda e una forbice mi avvicino seria, comincio a tagliarti i boxer che hai addosso e ti ho nudo davanti.
Eccitato ti mostri ai miei occhi, ti stringo la base con un asola di corda e poi un giro a chiuderti le palle continuo a stringere ad ogni passaggio oramai sono gonfie l’erezione e le palle sonobloccate. Seduta davanti al tuo sesso faccio scorrere l’unghia su tutta la lunghezza la cappella esposta pulsa di vita ti pizzico, mentre la stringo esce una goccia la raccolgo sulla punta del dito e te la porto davanti alla bocca ti forzo a succhiarlo e poi mi pulisco sulla tua guancia .
Ho voglia di torturati in mille modi ma me la prendo comoda, davanti a te faccio scorrere una mano sotto la gonna una gamba a terra e l’altra sollevata sul bracciolo della sedia mi sfioro la pelle al limitare del pizzo delle mutandine non c’è bisogno di bagnarle faccio scivolare la mano oltre il bordo e metto due dita dentro, un attimo in cui socchiudo gli occhi e tra le palpebre semi chiuse ti guardo mentre mi sfioro piano tuffo le dita per poi risalire sul clitoride.
Non voglio esagerare, lascio il momento del piacere per dopo per averlo dalla tua bocca .
Ti faccio leccare le dita mentre felina ti mordo il collo.
Comincio a stufarmi di averti legato così e una volta slegato e davanti a me ti chiedo di porgermi i polsi, non te lo ordino voglio che coscientemente e senza costrizioni tu ti metta nelle mie mani, ti voglio bloccato dal tuo stesso volere.
Te lo domando ancora e questa volta mi porgi i polsi, mi guardi fisso negli occhi a dirmi quanta fiducia stai riponendo in me, non devo abusarne.
Chiudo le manette ti faccio vedere la chiave per poi riporla nella teca di vetro,un moschettone agganciato alle manette una catena tesa sopra le tue braccia si va a fissare ad un anello al muro, ora posso farti voltare come sono più comoda, tra le attrezzature c’è un flogger piuttosto corto lo prendo e mi compiaccio che le lacine siano belle spesse.
Faccio scorrere le strisce di pelle sul tuo petto mentre di spalle i mie seni appoggiati alla tua schiena ti sussurro all’orecchio che adesso è finito il divertimento e che ho intenzione di giocare come piace a me.
Ti avviso che nessun urlo mi farà fermare, non sentirò suppliche o lamenti, minacce o invettive.
Mi prendo tutto il tempo di entrare in sintonia con lo strumento e poi colpisco, un ritmo veloce la schiena comincia ad arrossarsi sulle spalle si distinguono perfettamente alcuni colpi più forti, non ti risparmio un cm di pelle. È un riscaldamento e te ne rendi bene conto, potrei osare molto di più ma non è ancora il momento.
Prima ti scaldo la pelle faccio affiorare il sangue le unghie disegnano nuove linee sulla schiena i denti affondano nei fianchi mentre le mani scendono verso l’inguine.
Accarezzo il tuo sesso dolcemente lo stringo tra le mani, massaggio piano e lo sento indurirsi, mi struscio sulla tua schiena la bocca di nuovo al collo giri la testa in cerca di un bacio.
La reazione è immediata la mano che prima accarezzava dolcemente il tuo sesso ora ti schiaccia il viso contro il muro la voce dura all’orecchio “cosa vorresti fare? Chi ti ha detto che puoi anche solo pensare di baciarmi quando vuoi tu?” la tua risposta veloce “ mi scusi Signora.. Ha ragione Signora”
Continuo a tenerti così una mano a stringerti le palle non sono più delicate carezze e l’altra che ti schiaccia contro il muro freddo, continui a farfugliare parole, ti lascio e veloce sfilo le mutandine non te l’aspetti e in un attimo ti ritrovi con la bocca bloccata il mio sapore che simischia alla tua saliva la voce è spenta mi metto a fianco a te in modo che tu posa vedermi e con un sorriso sulle labbra ti accarezzo il viso.
La mia bocca sulla tua parole ad avvisarti che ho visto la frusta, è molto bella lunga e cattiva.
La prendo e te la faccio vedere annuso il profumo di pelle che mi accarezza il corpo, mi piace farmi scorrere la frusta addosso la faccio girare dietro al collo e scendere lacina lungo i seni. Gioco con lei davanti ai tuoi occhi sgranati, la faccio schioccare nel vuoto poi mi allontano sono alle tue spalle, prendo la misura e comincio con piccoli colpi leggeri .
La frusta diventa il naturale prolungamento del braccio e come se ogni mio artiglio ti colpisse con una forza cento volte maggiore, ti avviso che ora smetterò di giocare e di stare pronto.
Non m’interessa che tu goda in questo momento, il tuo dolore è solo per me e sono io a goderne.
Colpisco e la danza ha inizio, mi muovo lungo una linea immaginaria dietro di te i colpi sono precisi:schiena, spalle, cosce e glutei nessuna parte viene risparmiata vedo la pelle che comincia ad aprirsi lunghe strisce che stillano sangue, i nodi del cracker hanno formato rigonfiamenti tondi lividi che impiegheranno giorni ad andare via.
Sei bellissimo, ancora una volta mi fermo a guardare il tuo corpo i muscoli tesi il sudore che scorre lungo la pelle le ombre che le candele formano intorno a noi, ne prendo una e l’avvicino a te la cera scorre veloce reagisci subito al calore improvviso cerchi di sottrarti ti muovi strattonando le catene attraverso le mutandine ti sento ringhiare.
Abbasso la catena così da averti in ginocchio con le braccia tese sei oramai sfinito, ti guardo tolgo le mutandine dalla bocca e mi avvicino a te, alzo la gonna e ti avvicino il viso alla figa, appoggi prima una guancia ti accarezzo i capelli e poi un ordine secco che non lasca spazio ad indugi
“leccami”.
Lo fai con passione, con voglia e con rabbia la lingua scava cerca il clitoride succhi le grandi labbra e non ti perdi nemmeno una goccia del piacere che mi dai.
Mi appoggio con una mano alla parete mentre con l’altra ti tengo la testa, mi stai facendo godere lo senti mi ci porti tenendomi per mano conduci con la lingua e adesso sono le mie parole a essere dei sommessi sospiri, godo nella tua bocca aggrappata a quelle catene che ti tengono sospeso.
Ci vuole qualche secondo perché mi riprenda e ti liberi dalle manette, il tuo corpo è martoriato sangue e cera si mescolano al mio sapore sul tuo viso, ti bacio con forza mi lascio avvolgere dalle tue braccia sento il tuo sesso che preme contro il corpo, ti guardo negli occhi e ti do l’ultimo ordine “ scopami, mio schiavo”.
QUEL SAPORE FERROSO
La sala illuminata sola dalle fiammelle delle candele ci aspetta …
Una leggera musica accompagna i nostri passi mentre entriamo e di colpo ogni brusio di sottofondo si arresta.
Non puoi vedere gli sguardi dei presenti, non sai ancora dove ti porteranno i passi che ti faccio fare lentamente dietro di me, ti conduco con mano ferma.
Sei l’essenza concreta del mio desiderio, del mio potere, sei carne nuda, sei corpo incatenato da usare, sei la volontà ceduta, emblema della libertà negata.
È questo che sei, mentre cammini, polsi chiusi in manette di acciaio, caviglie tenute insieme da una corta catena.
La maschera, la nostra amica dell’oblio ti isola.
Il collare di pelle e il guinzaglio ci uniscono nella distanza dei passi. L’impalcatura è già montata al centro della sala, una serie di candele fatte mettere apposta formano un cerchio intorno alla struttura, solo noi in quel cerchio di fuoco.
Ti parlo attraverso la pelle della maschera, ti spiego che voglio legarti, senza via di scampo, ti bacio sulla fronte sulle guance e a fior di labbra ti annuncio che la tua pelle non mi basta più. Quello voglio, è il sangue che scorre sotto.
Ti parlo lentamente così che le mie parole siano un onda nel tuo cervello.
Ti anticipo sibillina che nel dolore non sarai solo.
Mentre ti parlo apro le manette e le cambio con le polsiere, accorcio la catena che ti tiene le braccia tese verso l’alto e le aggancio alla sbarra sopra la tua testa, ti libero le caviglie dalla catena e le sostituisco con un distanziatore doppio.
Sei così bloccate braccia e gambe a formare una X.
Senti i miei passi che si allontanano, ti guardo orgogliosa di averti mio.
Ritorno al tuo viso per dirti che sto x cominciare, per farti sapere che saranno lunghe e dolorose carezze le mie, per rassicurati che non sarà un dolore invano, sarà per me oro ogni lacrima, ogni stilla di sangue ambrosia sulle mie labbra. E ti lascio nel buio, mi allontano e impugno il flogger, quello morbido per scaldarti.
I colpi sono un crescendo d’intensità mi prendo tutto il tempo per far diventare ogni parte della schiena e dei glutei calda e rosseggiante.
Affiora il sangue nei tessuti e quando ti accarezzo, la mia mano è un debole sollievo, leggera frescura, tenere carezze bugiarde diventano sempre più velocemente dei brevi e secchi colpi che ti inviolettano il culo.
Voglio i segni della fiera per te stasera, artigliate profonde nella schiena, si gonfia la pelle, ma ancora regge il sottile tessuto.Mi avvicino il respiro veloce, accolgo la tua testa abbandonata sulla mia spalla ti accarezzo ti stringo e ti do forza attraverso un leggero bacio sulle labbra.
Ti avviso di stare calmo e tranquillo.
Di nuovo i miei passi che si allontanano e nel ritorno non sono più sola.
Lei è sensuale, bellezza fattasi carne prorompente, docile, anche lei sola nel suo cappuccio anche lei stretta nel collare, anche lei bloccata.
Si, bloccata a te, le caviglie unite alla stessa sbarra, collegati i suoi posi hai tuoi, una catena leggera dall’anello del tuo collare tiene in tensione le catenelle delle mollette ai capezzoli, ma non solo, capisci subito dopo il primo strattone che ti obbligo a fare tenendoti la testa che la seconda catenella è collegata al piercing che la piccola ha nel posto più dolce del mondo… sei la causa del suo dolore e del piacere, puoi sentire la sua pelle sulla tua, i capezzoli intrappolati che ti sfiorano il petto, i suoi gemiti e sospiri i deliri che il dolore farà fuggire dalle sue labbra.
La bacio, accarezzo i suoi seni gonfi, mi nutro del suo respiro le succhio la lingua e poi allungo una mano sempre più in basso, raccolgo con le dita il succo che le cola tra le gambe e le porto alla tua bocca; le spingo dentro te le faccio succhiare mentre con l’altra mano ti strattono il collare. Senti gli urli soffocati di lei e sai che non puoi fare nulla tra le mani la frusta, la faccio scorrere suo corpo ti porto il manico alle labbra e ti ordino di baciarlo, lo sai che adoro frustarti e stasera più che mai ho voglia della tua schiena da marchiare con lunghe strisce rosse. Senti i miei passi che si allontanano e il primo colpo arriva leggero, poco più di un graffio ma ti fa lo stesso tendere il corpo, faccio schioccare la frusta in aria e capisci che non sto più scherzando.
Cominci a contare i colpi e la tua voce si alza sempre più forte, stai resistendo x me, per aumentare il mio piacere nel farti del male.
Cerchi di rimanere fermo e questo lo fai anche per lei perché senti il suo sudore freddo che ti sfiora il torace perché avverti il suo corpo che si tende e segue i tuoi movimenti e la sua voce più vicina della mia, le sue grida nella testa voglio che ti facciano impazzire.
Continuo a infierire e finalmente la pelle si lacera il tuo urlo più forte è una lama calda che sento dentro, in mezzo alle gambe e ancora salire fino al cervello.
Appoggio la frusta e mi avvicino alla tua schiena ripercorro con le dita i segni e raccolgo sulle labbra una goccia di sangue.
In quella unica piccola goccia c’è tutto, ci sono io e ci sei tu, il nostro tesoro.
Sgancio lei dalle catene da ciò che vi tiene uniti, l’accarezzo dolcemente intanto che la riconduco al suo Master.
Poi ci siamo solo noi due, ti bacio e la mia saliva ferrosa si mischia alla tua ti sgancia le caviglie, i polsi e sei tra le mie braccia, ti abbandoni e scivoliamo a terra il tuo viso nel mio grembo i tuoi occhi bellissimi a guardarmi solo due parole dalla tua bocca: Grazie Padrona
DOLCI RICAMI
In principio il terrore sul tuo viso, l’idea sicura che lui sia qui per te, una prova crudele cui nn sei pronto. Ma non è così, ti è bastato un attimo, il tempo di un bacio, di vedere la mia lingua nella sua bocca, le braccia al collo, i miei occhi che non si sono mai staccato dai tuoi…
Quell' attimo è un mare in burrasca, ti monta dentro il desiderio di me, vorresti urlare te lo leggo in viso il dolore, la rassegnazione che come sarà ciò che voglio io.
Legato e abbandonato su quella sedia appoggiata al muro, ti guardo e lentamente mi avvicino, mi siedo a cavalcioni sulle tue gambe i nostri volti così vicini e non resisti, allunghi la testa nella ricerca di un bacio. La mia mano è veloce, implacabile si abbatte sulla tua guancia ed è dolore dentro mille volte più forte del bruciore che ti avvolge la faccia.
-non ti azzardare mai più- sussurro al tuo orecchio, mentre appoggio lieve la mia guancia alla tua. Rimango seduta su di te le mani di lui sulle spalle mi stringono, la bocca a cercare il collo.
Morsi e baci ritmano le contrazioni delle cosce e rimango sotto i tuoi occhi a godermi le carezze delle sue mani che si infilano nella scollatura del vestito.
Cerchi di scostare il viso, chiudi gli occhi, ma non è così che ti voglio, ti stringo sotto il collo con una mano –guardami- continuo a ripeterti, mentre la sua lingua mi percorre la schiena. Tu mi guardi, lui mi spinge all’indietro, le spalle al suo petto, il culo sulle tue ginocchia le piante dei piedi ferme sulle tue cosce, te la sbatto davanti velato solo dall’orlo dell’abito.
Mi abbandono a lui alle sue carezze a quelle mani che cominciano a frugare, nuotano tra i miei umori. Lo guido dentro nei punti dove il piacere si sente più forte.
Ho le dita che gocciolano, desidero farti un regalo; le avvicino alla tua bocca subito aperta, le gusti con la brama dell’assetato, succhi ogni goccia, rovisto e spingo dentro senza alcuna delicatezza.
Ritraggo la mano e mi asciugo con noncuranza sul tuo viso, continuo a farmi toccare e intanto alzo verso il tuo viso il mio delicato piedino.
Non perdi tempo lo ricopri di baci, lecchi adorante quel piede che si strofina sulla guancia che ti schiaccia il viso a deformare i lineamenti.
Non mi accontento e ingorda non mi basta quel piacere, ho voglia di quel che solo la pelle martoriata sa darmi. Solo le urla di chi mi è sotto allaga le mie cosce.
Lo allontano con il solo gesto di una mano, mi alzo e gli vado vicino.
Siamo in piedi davanti a te, gli tolgo la camicia; accarezzo la schiena muscolosa, le spalle larghe, la sua testa bassa, le braccia lungo i fianchi.
Non emette suono mentre lo spoglio, lo tocco. Artiglio la schiena e solo una debole contrattura della bocca tradisce il dolore che comincia a scorrere, scaldare la pelle e tendere la mente verso quello che ci sarà.
Il tuo sguardo interrogativo, mi domanda perché? Perché a lui quel dolore? Perché a lui tutti quei doni? Non ti piace questo gioco lo so, mi vuoi tutta per te, nonostante questo non mi chiedi di smettere.
Desidero tu abbia abbastanza forza e fiducia in me per arrivare fino in fondo.
Vengo verso di te, il viso tra le mani, ti accarezzo dolcemente, mentre ti spiego che oggi sarà diverso. Ho intenzione di liberare la Fiera, voglio fare male, toccare il fondo, indugiare sul limite della violenza. Non saranno colpi che nascono dalla testa per essere eseguiti dal braccio.
Sarà un dolore che proviene dallo stomaco, dalla bocca che digrigna i denti, sarà carne in pasto alla belva.
I tuoi occhi a dirmi che vuoi darmelo tu questo, nonostante la paura del dolore vuoi essere tutto per me come lo sono io per te. Lo capisco, ma non hai ancora visto a che punto voglio arrivare.
Non voglio che sia la tua carne a rimetterci così tanto.
È questo il motivo, perciò lui è qui. Lo sa, lo vuole, si nutre di questo e i colpi non sono mai abbastanza forti. Non ho bisogno di legarlo, è perfettamente in grado di rimanere immobile, mani intrecciate dietro la testa, non serve andare per gradi, la frusta schiocca feroce ogni colpo un segno che spacca la pelle.
Ti sto volutamente facendo vedere cosa potrei fare e non faccio con te.
La schiena è segnata a sangue e così i glutei, le cosce le ho risparmiate per il bastone.
Una canna di bambù rigida con attorcigliato una fibra indurita.
Comincio a colpire aritmicamente, veloce uno vicino all’altro e ancora non gli cedono le ginocchia, non un grido. Sta soffrendo molto, incanala il dolore e mano amano alza la soglia.
Io sono lì per questo, per poter attaccare con morsi, schiaffi e calci, vederlo rotolare a terra e aspettare che si rialzi per affondarlo di nuovo.
Non si ripara da nessun colpo e io comincio ad essere sazia.
Dopo aver visto uscire il sangue richiamo la belva, il mio cuore può tornare a battere calmo.
Lo lascio a leccarsi le ferite e sono da te, abbandonata la frusta, calmati i sensi ti voglio vicino.
Libero di abbracciarmi, libero di scegliere il mio modo d’amare, libero di portare i miei ricami sulla pelle, segno della mia furia d’amore.
PERDERSI
Un piccolo ponte antico fatto di mattoni rossi faceva da tramite tra il piccolo paese in festa e quel bosco fatto di essenze resinose e ombre scure.
Il sole filtrava tra le chiome degli alberi e gli unici rumori erano dati dai loro passi sulla strada di ghiaia bianca. All’interno della pineta i piccoli sassi luminosi lasciavano il posto ad un sentiero di terra e di foglie.
Lui si lasciava condurre, con lo sguardo fisso sulla punte delle scarpe, attraverso quel labirinto fatto di punti sempre uguali. Solo il silenzio della natura faceva capire quanto fossero lontani dalla strada. Senza sapere dove lei volesse portarlo, lui continuava a seguirla. I discorsi erano veloci come il passo tenuto da lei. Il respiro dell'uomo era sempre più corto e non era per lo sforzo: improvvisamente starle vicino lo mandava in una sorta di apnea.
Forse aveva paura che respirando troppo profondamente avrebbe fatto svanire quel momento, esattamente come un soffio spegne la fiamma di una candela.
Non voleva rischiare.
Sembrava che lei sapesse perfettamente dove voleva arrivare e avesse deciso di portarcelo per oscure vie traverse. Un improvviso sorriso le illuminò il volto e lui capì che quello era il posto prescelto: un piccolo spiazzo incorniciato da alti pini marittimi, con i tronchi abbattuti e lasciati lì che fungevano da naturale seduta. Lei si accomodò accavallando le gambe. Estrasse dalla borsa un piccolo astuccio da cui prese il necessario per preparare una sigaretta. Le dita si muovevano svelte e in pochi gesti l'involucro di tabacco fu pronto. Lui fu veloce nell’accostarle la fiamma dell’accendino.
I suoi occhi si abbassarono ancora di più quando lei lo ringraziò per quel gesto.
Per lui era un momento magico: quando lei gli chiese, con spontanea gentilezza, di inginocchiarsi e di toglierle le scarpe per scaldarle i piedi con le mani, credette di non riuscire a contenere tutta quella gioia improvvisa.
Si posizionò davanti a lei e non senti i rametti spezzarsi.
Incredibilmente non gli diedero fastidio nemmeno gli aghi che ricoprivano il terreno e che attraverso il pantalone leggero avrebbero segnato le sue ginocchia. Eppure sentiva tutto, ma su livelli diversi.
Al primo posto c’era il leggero velo di seta delle calze la forma di quel piccolo piede tra le sue mani lo incantava e il rosso laccato dello smalto incatenava il suo sguardo.
Il profumo che senti quando lei gli avvicinò il piede al volto lo fece eccitare: era un odore soffuso.
Il sudore della camminata, a contatto con la pelle delle scarpe, era riconoscibile, così come lo era il profumo di crema speziato.
Non poteva nascondere quello stato di eccitazione e se ne vergognò a tal punto che dalle labbra cominciò a uscirgli una sommessa litania di scuse.
Lei lo guardava con la testa inclinata di lato, la sigaretta tra le labbra, come se fosse incerta su come trattare quel uomo che davanti ai suoi occhi si rendeva così piccolo e vulnerabile: facile preda della sua voglia di sangue.
Con falso sdegno si fece rimettere le calzature e mentre lui rimaneva in quella posizione accucciata, lei cominciò a immaginare quei piccoli occhi scuri velati di lacrime: pensò a quella schiena curva ricamata da lunghe striature rosse e non poté fare a meno di mettergli un piede sulla schiena.
Una leggera spinta verso il basso e lui si ritrovò a pochi centimetri dall’altra scarpa.
Non ci fu bisogno di ordini perentori.
Lei non dovette nemmeno aumentare la pressione. Lui aveva capito. Anzi: era tutto ciò che sperava.
Cominciò a baciare la scarpa che affondava nella terra e tra le foglie.
Risalì fino alla caviglia. Lo stretto contatto delle labbra con la pelle lo mandò in estasi.
Fu una brusca spinta della donna a riportarlo alla realtà.
Si concentrò sulle parole di lei ed eseguì velocemente quella perentoria richiesta: sfilarsi la cinta dei pantaloni e consegnargliela.
Dritto, davanti a quella figura che tanto lo attraeva e al tempo stesso lo terrorizzava, restò in attesa. Lei lo fece voltare contro una pianta e gli ordinò di posare i palmi delle mani sulla ruvida corteccia dell'albero.
Il profumo intenso della resina penetrò dentro le sue narici. Era come se fosse diventato tutt' uno con quella pianta: vi avrebbe messo le radici, se solo lei glielo avesso ordinato.
La udì muoversi alle sue spalle. Poi le mani guantate della donna si insinuarono sotto il maglione: fu un gesto veloce che fece ritrovare l'uomo con la schiena nuda e il viso coperto dai suoi stessi indumenti. La senti appoggiarsi a lui con la cerniera fredda della giacca di pelle.
Udì la sua voce vicina, mentre le dita, come fossero una tenaglia, gli strinsero i capezzoli.
Il piccolo uomo dagli occhi scuri stava sussurrando il suo intenso piacere.
Il dolore era caldo: quando lei si staccò, lui si sentì al buio.
Solo. Poi il lampo.
Il primo colpo si abbatté per tutta la lunghezza della schiena dell'uomo, che fu pervaso da un dolce calore, simile a quello indotto da un liquore che riscalda le vene dopo una lunga discesa sulla neve. Era felice, mentre lei continuava a colpire con una forza che non si sarebbe ritenuta possibile per quella fragile figura di donna. Quando i colpi finirono, lui non si sentì più solo: lei gli era accanto e gli stava accarezzando i segni gonfi, il costato marchiato e le spalle livide.
Mentre lo stava accarezzando, gli sussurrò dolci parole che lo riaccompagnarono alla realtà: gli promise altri dolorosi sogni da vivere insieme.
Lui si sentiva perso e ritrovato all’interno di quella voce: finalmente sicuro.
Non gli importava più ritrovare la strada per tornare indietro.
Avrebbe continuato a perdersi felice in quel mondo in cui aveva ritrovato se stesso.
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